Sistemi anticaduta: come le normative li classificano per funzione

Chi si avvicina per la prima volta alla protezione dall’alto si trova quasi subito davanti a una cosa che non ci si aspetta.

Non esiste “il” sistema anticaduta. Ne esistono parecchi, pensati per situazioni diverse, e usarli come se fossero intercambiabili è probabilmente l’errore più frequente che si riscontra nei progetti già impostati. La normativa europea, per fortuna, un po’ d’ordine lo ha messo.

Il testo di riferimento è la UNI EN 363, che divide i sistemi individuali di protezione contro le cadute in famiglie separate. Ognuna serve a fare una cosa precisa.

Questo approfondimento prova a spiegare come è costruita tale suddivisione. L’obiettivo non è formare tecnici, perché per quello servono corsi veri e ben altre ore di aula. L’idea è più circoscritta: fornire gli strumenti per leggere con occhio critico una scheda prodotto, un capitolato o una relazione di sicurezza, senza restare in balìa della terminologia.

Prima di tutto: collettiva o individuale?

C’è un passaggio che viene prima ancora della UNI EN 363, e capita spesso di vederlo saltare.

Il D.Lgs. 81/2008, all’articolo 111, stabilisce una precedenza che non lascia molto spazio all’interpretazione: le protezioni collettive vengono prima.

Parliamo di parapetti, reti, passerelle. Il legislatore le mette al primo posto e le ragioni sono solide. Proteggono tutti coloro che stanno in copertura e non solo uno, funzionano a prescindere da come si comporta il singolo operatore in quel momento e non richiedono addestramento specifico per assolvere alla loro funzione.

I dispositivi individuali arrivano dopo. Si usano quando le protezioni collettive non sono realizzabili per motivi tecnici e, va sottolineato, quella motivazione deve essere messa nero su bianco all’interno del documento di valutazione dei rischi.

Non è un timbro da apporre per chiudere la pratica. È il punto di partenza da cui discende tutto il resto della progettazione, e trattarlo con leggerezza si paga più avanti.

Le cinque famiglie della UNI EN 363

All’interno dei dispositivi individuali la norma riconosce cinque categorie.

Si riportano con le definizioni ufficiali, perché in questo ambito le parole pesano e cambiare un termine cambia la sostanza.

Sistema di trattenuta

Impedisce all’operatore di raggiungere fisicamente il punto in cui potrebbe cadere. Non arresta nulla: semplicemente la caduta non accade.

Si pensi a un tetto piano dove il cordino viene regolato in modo che chi lavora non arrivi mai al bordo. Il rischio si elimina all’origine.

Sistema di posizionamento sul lavoro

Sostiene l’operatore mentre lavora sospeso, con le mani libere di operare. È il caso di chi si trova su un palo o su un traliccio e si appoggia con il proprio peso al cordino.

Va detto chiaramente che non nasce per fermare una caduta, e infatti dove il rischio permane deve essere accompagnato da un sistema di arresto.

Sistema di accesso su fune

Consente di raggiungere il posto di lavoro e di lasciarlo utilizzando due funi distinte, una di lavoro e una di sicurezza, ancorate in modo indipendente l’una dall’altra.

Si tratta del terreno dei lavori su facciate e strutture verticali, un ambito che ha una disciplina piuttosto articolata.

Sistema di arresto caduta

Qui la logica cambia. In questa configurazione la caduta può verificarsi, ma il sistema la ferma e riduce la forza che arriva al corpo dell’operatore.

È la soluzione che si incontra più di frequente sulle coperture.

Sistema di salvataggio

Entra in scena dopo l’arresto, nel momento in cui occorre recuperare la persona rimasta appesa.

È la famiglia che nella pratica viene dimenticata più spesso, e merita un discorso a parte, ripreso più avanti.

La differenza chiave: prima o dopo la caduta

C’è una distinzione che conviene fissare bene. Trattenuta e posizionamento lavorano prima, evitano che la caduta si verifichi.

L’arresto, invece, la gestisce dopo, quando ormai è avvenuta. Sembra una sfumatura da manuale, ma non lo è.

Montare un sistema di trattenuta dove servirebbe un arresto caduta significa affidarsi a una protezione tarata per un altro scopo, che nel momento in cui l’operatore scivola davvero potrebbe non reggere come ci si aspetta.

Come è fatto un sistema di arresto caduta

Su questa famiglia vale la pena spendere qualche riga in più. Un po’ perché è la più diffusa, un po’ perché mostra fino a che punto la norma scende nel dettaglio, arrivando a regolare ogni singolo componente.

Un sistema di arresto si regge su tre elementi, ciascuno con la propria norma di riferimento.

Il dispositivo di ancoraggio

È il punto, o la linea, a cui l’operatore si aggancia. Per gli impianti fissi in Italia il riferimento più noto è la UNI 11578, mentre la UNI EN 795 si occupa dei dispositivi pensati per un singolo utilizzatore.

Il sottosistema di collegamento

È la parte che dissipa l’energia sviluppata durante la caduta. Può essere un cordino con assorbitore di energia, e qui entrano in gioco la EN 354 e la EN 355, oppure un dispositivo retrattile secondo la EN 360.

L’imbracatura anticaduta

Disciplinata dalla EN 361, distribuisce la forza d’arresto su cosce, bacino, torace e spalle.

Il principio è non scaricare tutto su un solo punto del corpo, condizione che renderebbe l’arresto pericoloso quanto la caduta stessa.

Un aggiornamento normativo da tenere d’occhio

C’è un aggiornamento normativo vicino e concreto che vale la pena segnalare. La UNI 11578 uscirà dal catalogo UNI il 30 giugno 2026 e al suo posto subentra la norma armonizzata europea EN 17235:2024, che introduce la marcatura CE obbligatoria per gli ancoraggi permanenti. Il periodo di convivenza tra le due norme si chiude nel 2027.

Per chi sta valutando un impianto proprio in questa fase, è opportuno verificare fin da subito la compatibilità con la nuova norma, così da evitare di ritrovarsi con un sistema già superato appena installato.

Il tirante d’aria conta più di quanto sembri

Nella configurazione di arresto c’è un parametro che spesso passa in secondo piano: il tirante d’aria. In sostanza è lo spazio libero che deve restare sotto l’operatore perché il sistema abbia il tempo di completare l’arresto prima che il corpo tocchi il suolo o un ostacolo.

Va detto subito che non ci si può affidare ai valori indicativi che circolano come se fossero regole valide per ogni occasione, perché non lo sono.

Il tirante d’aria varia in base al tipo di sottosistema, alla posizione dell’ancoraggio, alla lunghezza del cordino, all’apertura dell’assorbitore, alla statura di chi lo indossa e all’eventuale effetto pendolo.

Va calcolato caso per caso, sulla configurazione reale, seguendo le istruzioni del fabbricante. Un cordino con assorbitore montato in uno spazio troppo stretto rischia di fermare la caduta quando ormai è troppo tardi.

Il salvataggio, la parte che quasi nessuno pianifica

Si torna alla quinta famiglia. Nella pratica quotidiana è quella meno considerata, ed è un vero peccato perché è anche tra le più delicate. Un sistema di arresto ferma la caduta, d’accordo, ma poi la persona resta appesa.

Ed è lì che inizia il problema. Le cinghie premono sulle vene delle gambe, il sangue fa fatica a risalire, il ritorno venoso verso il cuore cala in modo consistente.

Se l’operatore ha perso conoscenza, la situazione può peggiorare molto in fretta. È la cosiddetta sindrome da sospensione.

Su questo l’INAIL è chiaro: il rischio va valutato in modo esplicito già in fase di pianificazione dei lavori in quota, non lasciato al caso o all’improvvisazione del momento.

Le attrezzature dedicate esistono e sono note: dispositivi di discesa secondo la EN 341, sistemi di sollevamento per il salvataggio secondo la EN 1496, imbracature di recupero secondo la EN 1497.

Il punto è che, senza un piano scritto e verificato in anticipo, queste attrezzature rischiano di restare inutilizzate proprio quando servirebbero. Un sistema anticaduta privo di un piano di salvataggio resta, a conti fatti, un sistema lasciato a metà.

A cosa serve davvero questa classificazione

La suddivisione della UNI EN 363 non è teoria da lasciare sulla carta.

È lo strumento che permette di scegliere partendo dalla funzione, e non dal catalogo del fornitore di turno. Prima si verifica se la caduta può essere evitata con la trattenuta. Poi si valuta se serve il posizionamento.

E solo dove il rischio permane si passa all’arresto, che va sempre accompagnato dal relativo piano di salvataggio.

L’indicazione di fondo è partire sempre dall’analisi del rischio specifico, mai dal prodotto.

La pendenza del tetto, la presenza di lucernari fragili su cui è facile appoggiarsi senza pensarci, il numero di operatori che saliranno insieme: sono questi gli elementi che indicano quale famiglia di sistema abbia senso adottare.

La norma fornisce il vocabolario. La valutazione dei rischi stabilisce quale parola usare, e in che ordine.

Fonte ufficiale delle informazioni: https://www.pegasoanticaduta.it/quante-sono-le-tipologie-di-catalogazione-dei-sistemi-anticaduta/